Nascita della parrocchia degli Orti
La parte storica che offriamo non è per una mania, ma una possibilità offerta soprattutto a coloro che arrivano ad abitare agli Orti per conoscere la storia di questo insediamento. Conoscere la storia significa apprezzare chi prima di noi è vissuto qui e le vicende che si sono succedute in questo luogo dove noi ora viviamo. Si appartiene ad un popolo nella misura in cui si conosce la storia e si diventa popolo nella misura in cui si sa apprezzare la storia. Questi notizie sono prese dalla storia di Alessandria del Ghiaini e li abbiamo trascritti nello stile letterario che usava lui, proprio per un fatto storico. La storia non la si inventa, la si scopre.
Storia della Parrocchia di Santa Maria della Sanità :: Capitolo 1
Regnava nel 1587 in Alessandria una cattiva influenza di febbri acute, che portava molti al sepolcro, ed il parroco di s. Maria di Castello, d. Alberto da Crescentino dei canonici Lateranensi, dopo essere anch’egli stato sorpreso dal morbo quasi universale per ben due volte, e nell’ultima condotto fino agli estremi, riconoscendo la guarigione sua dalla intercessione di Maria santissima, cui nel corso della sua infermità, disegnato avea di far edificare una chiesa negli Orti fuori delle mura della città, nei quali come abbiam detto, si estendeva la sua parrocchia, acciochè anche quel popolo fosse ad un tempo provveduto di chi gli amministrasse più comodamente i santi Sacramenti; riavuto che si ebbe, si mise in cuore, e si adoperò per eseguire questo suo pio disegno.
Vincenzo Fongi per in strumento dei 15 ottobre 1584 rogato Martelli donato aveva al vescovo Ottavio Paravicini tavole di terreno per fabbricarvi una chiesa col solo peso della celebrazione, dopo che fosse edificata, di messe due ogni anno, e su questo sito a dì 26 luglio 1588 si è dato cominciamento alla fabbrica, e tra coll’opera degli ortolani, tra colle raccolte limosine, assistendo sempre il parroco con molta attenzione, e fervore al lavoro, fu condotta in poco tempo a termine la prima cappella, la quale fu benedetta a dì 8 settembre, giorno della Natività di Maria Vergine dal vicario generale Ottavio Saraceno, dedicandola appunto alla madre di Dio, e ad istanza d’esso p. Alberto sotto il titolo della Madonna della sanità.
Proseguendosi quindi il travaglio intorno al rimanente della chiesa, fu questa compiuta nel 1590. Ciò tutto di raccoglie da una lunga minuta relazione dettata dallo stesso p. Alberto da Crescentino, trovatasi nel 1653 presso Pompeo, e Vespasiano fratelli Robutti patrizi d’Alessandria.
Essendosi fabbricata questa chiesa, anche pel desiderio, che aveva il vescovo Paravicini, come dicesi nel citato in strumento di donazione del sito di essa, quod in dicto loco Albereti ( così la regione degli Orti si denomina) extra meonia Alexandriae erigatur ecclesia pro augumento divini cultus, e majori comoditate olitorum ibidem habitantium; ed essendo questi numerosi di ben 89; forse tutti capi di casa, e di famiglia, come da lista fattane l’anno 1588, cominciò p. Alberto medesimo a richiesta loro a servire essa chiesa, amministrando in essa ne’ giorni festivi la divina parola, come quasi loro parroco nel 1596. In un testamento perciò dei 7 novembre di quell’anno leggesi un legato fatto ecclesiae santissima Virginia nupper erectae in Viridariis: Anzi nello stesso anno fu anche fabbricata accanto alla medesima una piccola casa per l’abitazione d’un sacerdote, la quale fu poi ampliata dopo che altro Antonio maria Fongi per in strumento dei 16 settembre 1630 rogato Lecco, donò piedi quindici di terra in lunghezza, e sette di larghezza pro constituendis, e aedificandfis, nonnullis necessariis m.r. parocho dictae ecclesiae, col peso di messe quattro ogni anno; ed il vicario generale Annibale Moccagatta, come delegato apostolico, a dì 26 aprile 1598 la eresse in parrochia. Così almeno narra il Ghilini a tal anno n. 5.
La necessità di erigere in questa regione una nuova parrocchia era stata fin dall’anno 1576 riconosciuta dal vescovo di Famagosta visitatore apostolico, perché essendo quel popolo sottoposto parte al parroco di s. Maria di Castello, e parte a quello di s. martino, e fuori di più delle mura della città, non poteva essere colla dovuta cura assisitito; fece quindi decreto, che cura animarum, quae in hortis extra urbis moenia ad hanc eccleasiam pertinet ( cioè a quella di s. Maria di Castello, e di s. Martino, avendo nella visita di ambe queste chiese replicato lo stesso decreto) omnino est consulendum, nova in ipsis erecta parochia. Di qui naque il desiderio, che aveva, come abbiamo accennato, il vescovo Paravicini della edificazione della chiesa a maggior comodità degli ortolani, e per ciò medesimo il vicario Moccagatta nell’assenza del Paravicini, fabbricata che fu la chiesa, la eresse in parrocchiale.
Questa erezione nondimeno del Moccagatta non deve aver avuto affetto alcuno, se pure è seguita; perciochè il vescovo Odescalchi nella sua visita del 1602 ne rinovò il decreto. Allora fu, che effettivamente si eresse la parrocchia di s. Maria della sanità. Fece il vescovo Odescalchi pubblicare il suo decreto: sentì i parrochi di s. Maria di Castello, e di s. Martino, persuase gli Ortolani ad obbligarsi per in strumento dei 5. maggio dello stesso anno 1602. verso il parroco loro già da lui destinato a corrispondergli annualmente scudi 60. di moneta Alessandrina da grossi 108. ciascuno, i quali calcolati a lire quattro, e soldi dieci di milano, cioè lire tre di Piemonte fanno la somma di lire 180. parimente di Piemonte, con la cessione ad un tempo fatta per lo stesso rettore d’alcune rendite certe, onde si compisse la somma di scudi 80, cioè di lire 240.
Anzi vacata la rettoria nel 1610 volle lo stesso vescovo Odescalchi erigerla in vero beneficio parrocchiale per atto dei 19 aprile dello stesso anno, con cui la provvide. Rimase però, ed è tuttavia amovibile,. e manuale. Nel decreto di erezione determinati furono i confini della parrocchia, quanto cioè si estende lo spazio, che è dalla porta Marengo, e l’altra porta anticamente detta d’Albereto, e poi degli Orti, apertasi nel 1547, e poscia chiusa in maggio del 1749 per riaprire l’antica porta Rizolia, o sia Ravanale, tra il Tanaro, e la Bormida. Di questa chiesa eretta in parrocchiale dall’Odescalchi parla anche lo scrittore della vita di lui part. 1 cap. 11, dove anche dice averla il medesimo vescovo ristorata, ed abbellita. Andava crescendo sensibilmente il popolo negli Orti, di modo che se, senza indagar più addietro, nel 1748 era in numero d’anime 875, e nel 1754 di poco cresciuto, cioè a 885, già però nel 1773 oltrepassava le mille, e di presente giunge al numero di 1150. Fu quindi chiesa riconosciuta per la sua angustia insufficiente a capirlo, e di più tra la vicinanza del Tanaro, tra la bassezza del sito umida moltissimo. Si deliberarono pertanto i parrocchiani di fabbricarne un'altra più capace, ed in luogo più salubre, e di essa, postavi a dì 25 maggio 1779 la prima pietra, gettarono le fondamenta, e ne alzarono le mura né seguenti anni sin quasi al tetto, e se ne ripigliò in quest’anno 1789 il sospeso lavoro. Nella stessa chiesa vi ha una confraternita sotto il titolo di s. Sebastiano, eretta dal vescovo, poi cardinale Ciceri nella occasione di visita pastorale per decreto dei 9 aprile 1666. Eravi un abuso superstizioso, ed indecente, che introdottosi dagli stessi principj di questa chiesa fu tollerato fino à giorni nostri. Lo riferiremo colle parole stesse del nominato d. Alberto, che lo riferisce in aspetto quasi di un lodevol spediente ritrovato in vantaggio della fabbrica della nuova chiesa, ancorché opposto fosse segnatamente alle disposizioni del concilio provinciale III di Milano de festorum dierum cultu. “Mentre si celebrava la messa", così egli narrando la benedizione della chiesa celebrata nel giorno della Natività di Maria Vergine, "vennero gli suonatori: avanti, e dietro seguitava una grande moltitudine di figlie da marito, e donne tutte con una candela, ovvero una torza in mano, ed un bel cereo di lire venti di cera bianca con cendal negro con pizzetti d’oro attorno, e bindelli, e stringhe di sesta, e fù fatto ordine, che chi voleva offrirlo bisognava pagare l’anno seguente un tanto per accomprar altre cose per la chiesa, e tutte quelle, che piglierebbero il cero in mano, non offrendolo pagassero un staro di formento".
E conchiude, chetocce l’offerta del cereo ad una, che lo pose a some due di formento, ed altrettanto segue a narrare degli uomini, che avevano a tal fine preparato un cereo di libre 25 la cui oblazione guadagnò alla chiesa salme quattro di frumento. Sembra in vista innocente questa solennità, e forse il fu da principio, ma continuandosi poi, massime l’offerta del cereo, né seguenti anni nel medesimo giorno anniversario, se ne provvedeva un solo per gli uomini, e per le donne, e per più ore prima di formare l’incanto dell’offerta, e nell’incanto medesimo si danzava accanto alla chiesa col cereo in mano, che tenevasi dall’uomo, ed ora dalla donna, e ciascuno, che danzando il prendeva, obbligatasi per ogni volta a pagare certi pochi soldi per la chiesa, e chiudeva il ballo, finito l’incanto, il miglior oblatore, finché egli, o la sua compagna rifiniti, e stanchi nol potevano più continuare. Questo disordine fu tolto finalmente, ed abolito questo indecente costume dal vescovo De Rossi nella occasione di sua visita pastorale, fatta in agosto del 1767.
La chiesa vicina alla città, detta negli Orti, è stata costruita dalle fondamenta, poiché molti di coloro che erano sotto la cura dei frati di Santa Maria di Castello, morivano senza aver ricevuto i sacramenti. Durante la notte il sacerdote non poteva recarsi dagli infermi, né poteva uscire dalla città perché le porte di notte sono chiuse. Ora invece sono sotto la cura di un proprio parroco.
